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02 January 2002 @ 06:26 am
Mechanical Automatism (10/12)  
Autore:queenseptienna  e livin_derevel
Titolo della serie: Mechanical Automatism
Genere: Storico, steampunk, romantico, comico, angst
Avvertenze: scene di sesso NON descrittive, slash, storico, tentacoli, robot
Indicazioni generali sulla trama: Billie è un automa piuttosto particolare, nel senso che non gli piace molto obbedire e quando lo fa, non è mai per caso. Il suo padrone, il Conte Pritch, chiederà consiglio al suo amico Edward per trovare un modo di dare una regolata ad un robot che non ne vuole saper di fare il maggiordomo come si deve. Peccato che sia così sexy, anche se è un automa...





Una volta in viaggio, Billie adagiò con cura la coperta sulle ginocchia di Lord Pritch e questi gli riservò un sorriso caldo - Hai pensato a me, grazie. -
- Io penso sempre a lei, signore. - rispose sinceramente il robot, mentre sobbalzava contro le pareti della carrozza in movimento.
Michael sorrise di nuovo, scaldandogli i circuiti.
- Sei carino a farlo. -
- Grazie. – mormorò l’automa abbassando lo sguardo, per poi rialzarlo subito, temendo che il proprio gesto fosse considerato una mancanza di rispetto. Tuttavia evitò di far notare al nobiluomo come, in fin dei conti, prendersi cura di lui fosse il proprio lavoro.
Il conte allungò una mano e gli carezzò una guancia. Il robot si spinse contro quel palmo, avvertendone la consistenza lieve e piacevole, e la sensazione che ne scaturì fu strana e dolcissima.
- Sei diverso, sai? –sussurrò Mike - Mi hai fatto dannare per mesi ed ora guardati... -
Billie non rispose, completamente perso in quella troppo umana percezione di assorbimento del calore.
Pritch gli accarezzò il labbro inferiore e l’altro rispose socchiudendo gli occhi.
- Vieni qui, vicino a me. Siediti. - sussurrò il nobiluomo ed all’androide non rimase altro da fare che seguire quella voce suadente ed obbedire.
Non appena Billie gli si fu messo accanto, Michael chiuse le tendine della carrozza con gesto sicuro, fissandolo poi nella penombra.
Il maggiordomo deglutì, o fece qualcosa di simile, con un'ansia crescente che gli attanagliava il petto.
Qualunque cosa fosse successa in seguito, sapeva che gli sarebbe piaciuta, a meno che il padrone non nascondesse un cacciavite nel taschino del panciotto di seta.
Per sicurezza mise le mani avanti, ma quel gesto venne equivocato ed i suoi polsi vennero afferrati saldamente ed abbassati in un colpo solo.
- Signore… siamo quasi arrivati e non… non credo sia il caso che... – farfugliò imbarazzato l’automa.
- Sta’ zitto. - soffiò il conte spingendoglisi addosso, cercando la sua bocca e suggendogli le labbra, deciso.
Billie per un attimo rimase spaesato, ma quasi subito gli si attivarono, nei blocchi di memoria, i ricordi degli appassionati momenti condivisi con Lord Pritch la notte precedente e tutto il suo corpo si rilassò. A quel punto sospirò, socchiuse la bocca e si spinse timidamente verso di lui.
Desiderò con tutto se stesso di essere spogliato di ogni indumento della propria livrea e di venire accarezzato ancora, per sentire di nuovo tutte quelle sensazioni esaltanti, che solo il suo padrone era riuscito a fargli provare.
Purtroppo lo stridio delle ruote sul ciottolato ed il vociare del cocchiere, che quietava i cavalli e tirava le redini per far fermare la carrozza, li fecero separare troppo bruscamente per poter aggiungere altro.
Billie si ricompose, o almeno ci provò, scese per primo e tenne aperta la porta per il conte, assumendo una posa deferente per apparire almeno vagamente professionale.
In fondo non era difficile, dopotutto era solo una questione d’immobilizzare la sincronia di leve, pulegge ed ingranaggi, posti all'interno del proprio corpo.
Era tutto ciò che esulava dalla parte puramente meccanica a creargli problemi di disciplina, visto che certi suoi lati tendevano ad ammutinarsi di continuo…
- Vai pure a Londra per le commissioni che ti ho affidato e dopo torna a riprenderci. – ordinò Michael al cocchiere, prima di suonare il vistoso campanello della residenza del conte Coole, il suo migliore amico.
Billie sapeva bene come comportarsi durante le visite di cortesia del proprio padrone: avrebbe dovuto seguirlo all’interno della dimora e poi, accertatosi che non avesse bisogno di nulla, sgattaiolare nelle cucine, in attesa di essere chiamato quando fosse venuto il momento di andar via.
Infatti, quando la porta si aprì e loro avanzarono nel vasto atrio, l’automa era già pronto a dileguarsi silenziosamente, ma la voce del conte lo fece arrestare stupito.
- Fermo lì. - Lord Michael lo afferrò per il colletto, sotto lo sguardo attonito dell'anziano maggiordomo di casa Coole – Stavolta tu verrai con me. -
- Pritch, mio buon amico, sei in ritardo! - esclamò Edward, che avendo udito la scampanellata di poco prima stava scendendo le scale, tintinnando come una valigia piena d’argenteria - Vedo che hai portato anche l’affascinante Billie... -
Il piccolo androide assunse all'istante una rigida posa formale, anche se internamente avrebbe desiderato solo correre a nascondersi dietro al proprio padrone.
Il modo in cui Lord Coole lo stava squadrando lo inquietava e Lord Michael parve accorgersene subito.
- Edward, ti sarei grato se la chincaglieria con cui ti hanno rimesso a nuovo, smettesse di farti fare gli occhi dolci al mio maggiordomo. -
- Michael, non è colpa mia! Lo sai anche tu che da quando sono mezzo robotizzato io non... Beh...hai capito, no? – farfugliò l’interpellato.
- Non trovare scuse. A te piacerebbe anche un osso di seppia, maniaco che non sei altro. – lo rimbeccò a tono il suo ospite.
- Questa tua affermazione mi offende. - replicò con aria superiore - Ed offende anche l'osso di seppia. -
Il Conte Pritch alzò gli occhi al cielo e fece cenno a Billie di seguirlo - Andiamo nel tuo studio, Ed. -
- Fai pure come se fossi a casa tua, eh… - ironizzò quest'ultimo.
- Lo faccio sempre – ribadì l’amico, oltrepassando l’uscio di palissandro intarsiato con Billie alle calcagna.
I due nobiluomini si accomodarono su delle ampie poltrone in pelle nera, che cigolarono sotto il loro peso.
- Siediti. - ordinò Michael al proprio androide.
L’androide rimase basito, senza sapere come comportarsi esattamente… non gli era mai capitato di sedersi insieme al padrone ed ai suoi ospiti quasi fosse un loro pari! Onde evitare figuracce prendendosi troppe libertà, si limitò a posare il proprio didietro su di un puff vicino a Lord Pritch, rimanendo con le mani in mano e la schiena ritta.
- Ti puoi anche rilassare, dolcezza. – tubò Edward mellifluo.
- Non chiamarlo così. - ringhiò Pritch, sfiorando appena un braccio del proprio maggiordomo e bisbigliando – Rilassati Billie. -
- E’ esattamente ciò che gli ho detto anch’io! - si lamentò Coole e Michael lo trafisse con lo sguardo.
- Almeno io, quando parlo, non sembro un vizioso pervertito – precisò quest’ultimo con tono piccato.
- Tu fai troppe storie. - ridacchiò l'amico, per nulla offeso.
L’altro lasciò correre; sapeva bene come Ed si comportasse così soltanto per farlo infuriare, ragion per cui sfogò il proprio disappunto sbuffando sonoramente e poi accarezzò le mani di Billie per tranquillizzarlo.
- Ah, ma che carini! - insinuò il loro anfitrione, suonando il campanello per chiamare il proprio maggiordomo e far portare una sana dose di alcolici. E qualcosa per il robot.
- A quest'ora? - domandò Pritch alzando un sopracciglio, al solo percepire l'odore di Gin.
- Sono anche in ritardo! - si giustificò Ed.
Michael inarcò anche l’altro sopracciglio. A dire il vero era già un miracolo che fossero entrambi svegli, nonostante la pendola avesse da poco battuto le dieci, visto che di norma non scivolavano fuori dal letto prima di mezzogiorno.
- Michi, non fare lo spocchioso… - motteggiò Lord Coole.
- Non chiamarmi con quel nomignolo osceno! – lo rimbrottò seccato l’amico.
- Beh…allora ti si addice. Tu hai fatto dell’oscenità il tuo modus vivendi – specificò il padrone di casa, continuando a canzonarlo.
- Senti chi parla! – sbottò il diretto interessato.
Billie li fissò senza capire, di sicuro gli stava sfuggendo qualcosa. Quei due erano troppo intimi e non si comportavano secondo le rigide regole dell’etichetta, non si era mai visto, infatti, che due Pari del Regno si rimbeccassero come sguaiate servette.
Fu Edward a distoglierlo dalle proprie riflessioni porgendogli un pacchetto - Questo è per te. Viti e bulloni di scorta. -
Billie lanciò un'occhiata al proprio padrone, per chiedergli tacitamente cosa fare, e lui chinò brevemente la testa in segno di assenso, facendogli capire di accettare.
- Grazie Milord. – annuì con garbo l’androide.
- Come sei formale! - si lagnò Edward - Puoi anche evitare certi salamelecchi, con me –lo esortò, studiandolo con occhi vogliosi.
- Ed, te lo ripeto per l’ULTIMA volta: smetti di molestare il MIO servitore! – protestò Pritch con veemenza.
- Oh, oh… avverto un certo sentore di gelosia nell’aria… - sghignazzò Coole, per poi aggiungere – C’è forse qualcosa che non so? -
- TU, fatti gli affari tuoi! –ringhiò Michael, bevendo a piccoli sorsi il tè bollente, servito poco prima dall’impeccabile maggiordomo di casa Coole. Non aveva certo intenzione di ubriacarsi di prima mattina, come sembrava fosse deciso a fare quel debosciato del suo migliore amico!
- Allora che diamine sei venuto a fare qui, se non hai nulla da raccontarmi? - domandò Edward con un sorrisetto saccente, a cui Billie reagì con un'occhiata febbrile e spaventata.
Michael tossicchiò elegantemente, posando la tazza sul piattino e facendo risuonare nella stanza il tintinnio della porcellana.
- Ecco, io…io credo di doverti confessare un paio di cose. - iniziò dopo un lungo sospiro.
- Non aspettavo altro. – ridacchiò Ed, buttando giù un intero bicchiere di gin come se fosse acqua pura.
Allora Michael cominciò a raccontare… gli descrisse i fatti della sera prima, cosa e come tutto fosse accaduto e ciò che aveva provato, evitando ovviamente di scendere nei dettagli, visto che quella testa semi-metallica riusciva già ad immaginarseli benissimo per conto proprio.
Billie dal canto suo fissava il muro, avvertendo un vago senso di fastidio nel sentire rivelato ad altri un avvenimento così intimo, e considerando quanto gli sembrasse assurdo provare un simile disagio, lui che era solo un robot, mentre Michael, che era umano, ne sembrava completamente immune.
Edward ascoltava senza proferire verbo, muto come una tomba, e non lasciandosi sfuggire neppure qualcuno di quei suoi sorrisetti sfacciati. Si limitava a buttare là, di tanto in tanto, un – Interessante… - accompagnato da un improvviso rossore, che testimoniava quanto lussuriosi potessero essere i suoi pensieri a riguardo.
- Ed ora...beh ora, eccoci qui. - terminò Mike tirando un mezzo sospiro di sollievo. Aver spiegato quella strana situazione almeno ad Edward, era stato come togliersi un gran peso dallo stomaco.
Lord Coole non fece alcun commento, lo sguardo ancora perso verso un orizzonte ignoto.
- Ed? – lo chiamò Mike.
Nessuna risposta.
- Ed… - tentò di nuovo.
Ancora niente.
Alla fine, esasperato, gridò a pieni polmoni - EDWARD COOLE! -
A quell’urlo belluino, il nobile robotico si riscosse e sobbalzò, sorpreso – Sì, sì, scusa, ero distratto -
- A che diamine stavi pensando?! – sbraitò Lord Pritch.
- Io? A niente! – tentò di giustificarsi l’altro.
- Non è vero. Ti conosco troppo bene, tu sei un brutto maniaco licenzioso! Ma non osare anche solo pensare, in modo lascivo, agli ingranaggi del mio maggiordomo e non provare nemmeno per sbaglio a portartelo a letto, perché sarebbe l’ultima idiozia della tua vita, visto che dopo di ucciderei con le mie mani -
- Quanto sei drastico! –esclamò l’amico con uno sbuffo - I pensieri non hanno mai ammazzato nessuno! -
L'automa lo fissò in silenzio… del resto cosa avrebbe mai potuto dire, più di quanto già espresso a chiare note dal proprio padrone?
Forse avrebbe dovuto mostrare imbarazzo, ma lui non era programmato per esprimere certe emozioni.
Ed lo sbirciò di nascosto e poi sorrise sotto i baffi.
- Stai tranquillo pasticcino, ci riesci alla perfezione anche se non rientra nelle tue schede comportamentali –sentenziò con voce profetica.
- Riesco… a fare cosa? – domandò l’automa d’impulso. Avrebbe dovuto chiedere il permesso a Lord Pritch, prima di aprire bocca, ma non era riuscito a controllarsi. D’altronde era di lui che si parlava, del suo fondoschiena e della sua sfera più riservata!
- A far capire quanto tu sia imbarazzato. - continuò Lord Coole, ampliando il proprio sogghigno - Il tuo padrone non si prende molta cura di te, vero? -
- No, non è affatto così! – esclamò Billie di getto, accorgendosi poi di aver alzato un po' troppo la voce.
Ed rise e Michael si passò una mano sul viso. Quella complicata situazione stava diventando una farsa.
- Ed, te lo ripeto per l’ennesima volta, fatti gli affari tuoi! -
- Questi sono affari miei. - ribadì assaggiando un bicchierino di whisky, seconda portata della propria originalissima colazione.
- Nemmeno per idea! – ribattè Lord Pritch.
- Invece sì. Sei tu che sei venuto a casa mia, per spiattellarmi tutta la tua notte d'amore. - rispose l'altro, continuando a sorseggiare il proprio liquore.
- Insomma io... - biascicò Mike, in palese in difficoltà di fronte alla logica stringata dell’altro - Beh, comunque potresti evitare di metterla giù in questo modo! -
- In questo modo… come? - domandò Lord Coole con tono salottiero.
- In modo... sfacciato, ecco! – s’indignò il suo ospite.
- Non sono io ad essere sfacciato... Sei tu, anzi, siete voi ad essere troppo sensibili, visto che questa è la mia maniera abituale di esprimermi e TU dovresti saperlo bene - ridacchiò divertito.
Pritch lanciò a Billie una rapida occhiata e si sentì profondamente in colpa. Aveva dato per scontato che al robot non sarebbe importato nulla se avesse raccontato tutto al proprio migliore amico, ed invece il piccolo androide era quasi prossimo ad implodere per la vergogna.
- Credo che dovremmo tornare a casa. Venire qui è stato un errore. - mormorò, ma Billie si limitò a fissarsi le ginocchia.
- Libero di pensarlo. – commentò Coole - Ma sei proprio sicuro che saresti riuscito a tenerti tutto dentro? – chiese, mentre le iridi azzurrissime iniziavano a diventare vagamente lucide – Mi permetto di ricordarti che, oltre ad essere il tuo migliore amico, il sottoscritto è anche l’unico che tu conosca ad essere ambedue le cose: umano e robot. Dimmi, Michael, chi altri sarebbe in grado di comprendervi come me? – Ovvio che quella domanda fosse retorica, infatti prevedeva una sola, possibile risposta: Nessuno.
- Sta’ zitto! Tu sei ben felice di approfittarne. - lo rimbeccò il biondo, con una punta di acidità, ma senza cattiveria. Più che degli sfottò di Ed, a cui era abituato, si preoccupava per Billie che se ne stava in disparte, limitandosi a fissarli con aria impacciata - Billie, cos'hai? Parla – lo esortò.
- Ehm… - esordì l’automa, visibilmente in difficoltà - Se mi permettete... io… non mi trovo molto a mio agio, ecco. -
- E per quale ragione? –insistette il suo padrone, avvicinandosi a lui e sistemandogli un polsino, senza alcun motivo apparente.
- Perché io non immaginavo che voi due... cioé... che vi raccontaste reciprocamente delle cose così... -
- Intime. –finì Edward al posto suo, dichiarando poi soddisfatto – La mia ipotesi precedente era esatta –
Pritch gli lanciò un'occhiataccia velenosa.
- Billie, ascolta... - iniziò, cercando le parole giuste, ma Coole lo interruppe subito con la propria voce stridula.
- Senti…Coso, quello che facciamo Mike ed io si chiama spettegolare ed è normale che accada tra amici, o meglio, tra amiche! –
- Non chiamarlo in quel modo, lui ha un nome! - lo rimproverò Michael.
Edward posò i gomiti sulle ginocchia e gli riservò un grande, sfacciato sorriso - E perché mai? Non l’hai detto proprio tu che, in fondo, è solo un robot? -
- No, lui è... - tentennò un attimo il biondo - Lui è... -
- Lui è…cosa? – l’incalzò Lord Coole.
L'oggetto del loro dibattere li guardò alternativamente e poi fece quello che ogni buon maggiordomo avrebbe fatto, vista la piega imbarazzante presa da quel botta e risposta: senza alcun preavviso si alzò e lasciò la stanza.
- Ed, non ti azzard... - Mike si voltò e non vedendo più il proprio androide dagli occhi verdi, esclamò sorpreso - Ehi, dove diamine è finito?! -
- E' sgattaiolato via. –gli rispose il padrone di casa.
- E' tutta colpa tua! –sbraitò Pritch, sollevandosi dalla poltrona ed additandolo.
Edward lo fissò compassionevole - No, Michi. La colpa è solamente tua. -
- Mia?! -
- Certo, perché sei un pettegolo. – commentò Cool candidamente. Mike lo squadrò per un attimo.
- E tu sei un dannato... -
- Per favore, niente espressioni scurrili, sotto il mio tetto--
- TU avresti dovuto impedirmi di parlare! – esclamò Michael, ma Edward replicò con un semplice inarcare di sopracciglia, che ebbe il potere di farlo sentire un idiota - Vado a cercarlo... -
- Fermati! - lo bloccò - Lui non vuole essere presente. -
- Che vai dicendo? -
- Michael, dalla sua reazione ho intuito come voi due non abbiate affatto parlato. Probabilmente, con la poca sensibilità tipica degli uomini in certi frangenti, ti sei limitato a chiedergli se gli era piaciuto, trattandolo alla stregua di una qualsiasi sgualdrinella . -
Mike chiuse la bocca, interdetto.
- Invece – riprese Lord Coole - Billie avrebbe avuto bisogno della tua vicinanza emotiva, per riuscire ad assimilare quello che era successo tra voi. -
- Cosa diamine avrebbe dovuto assimilare? – intervenne Lord Pritch, piuttosto confuso.
Edward osservò sconsolato l’amico; Possibile che quel babbeo non capisse? S’interrogò stupito. Doveva essersi davvero bevuto il cervello per cambiare di continuo opinione su Billie, considerandolo alternativamente, secondo i propri comodi, quando un robot e quando un essere umano.
- Michael, adesso calmati e bevi il tuo tè. -
- L'ho già bevuto tutto -
- Oh, insomma, siediti e basta! – esclamò Ed con fare imperioso - E ascoltami! -
L’interpellato si lasciò andare a peso morto sulla poltrona, facendo cigolare pietosamente le molle dell’imbottitura.
- Senti. –esordì Coole cercando di controllare la propria impulsività - Billie è il tuo maggiordomo, tuttavia è anche un androide e quindi, tecnicamente, una macchina. Però, pur se strano a dirsi, è una macchina con un'anima. Quindi converrai con me che sia il minimo, per lui, essere un po' spaventato circa quello che potrebbe comportare l'unione completa, a qualsiasi livello, di entrambe le sue parti, no? -
Michael annuì dopo averci pensato qualche secondo. Non aveva capito proprio tutto, ma andava bene lo stesso.
Vedendo quello sguardo confuso, l’altro si affrettò a chiarire - Intendo dire che non puoi scinderlo in due e che, pertanto, dovrai trattare la sua anima come quella di una persona. –
- Però…? - A Lord Pritch era stato insegnato, sin da bambino, che in un discorso apparentemente lineare, doveva esserci per forza un però, nascosto da qualche parte.
- Però lui vive ormai da... beh, non so esattamente da quanto tempo viva in un corpo da androide e quindi, nonostante possegga un'anima capace di renderlo simile ad un essere umano, ha pur sempre un corpo sintetico. Questo fa sì che il suo modo di pensare sia un miscuglio tra le sue due nature e che Billie non sia in grado di capire fino in fondo né cosa significhi essere un uomo, né cosa voglia dire essere una macchina. – concluse il padrone di casa.
L'espressione di Pritch si fece sempre più vicino allo stordito - Per favore, Ed, puoi spiegarti meglio? –
Coole sospirò stranito.
- Michael, che diamine, è così difficile capire che Billie ha come una… doppia personalità?! -
- Beh, a quello ci ero arrivato da solo! - si difese il biondo.
- Ascolta, per farla breve, il punto è che non dovevi venire qui con lui e spiattellarmi serafico, proprio sotto il suo naso, tutto quello che avete fatto fin nei minimi particolari! - ringhiò l'altro.
Michael socchiuse la bocca – Oh… -
- Ecco. - annuì Coole - Non credo che una qualsiasi delle mie tante amanti sarebbe felice di sentirmi descrivere a te, la focosa notte d’amore che lei ed io dovessimo eventualmente aver condiviso. E se per caso, talvolta, posso non essere riuscito a tenere a freno la lingua, la reazione della diretta interessata è stata insultarmi ed andarsene, sbattendo la porta! -
Michael si morse il labbro inferiore, disorientato. Non aveva proprio pensato ad una simile eventualità... – Insomma, secondo te, dovrei trattare Billie come una donna? -
- Ma no!! - sbraitò Lord Coole ormai spazientito.
- E allora che debbo fare, esattamente? – insistette l’amico.
- Prova a trattarlo come un essere umano, magari è meglio! -


************




Billie si era sistemato in un cantuccio della cucina, insieme agli altri androidi. Com'erano strani loro… non sembravano neppure coscienti di stare al mondo.
Se ne stavano lì, seduti su degli scomodi sgabelli di legno pesante e scheggiato, con lo sguardo vacuo e spento, in attesa che una campanella o una voce facesse accendere i circuiti che avevano in testa, attivandoli.
Perché lui non era come loro?
Perché lui, invece, si sentiva così vivo? Sì, è vero, era stato un Osservatore, ma considerando da quanto tempo viveva nel proprio involucro, ne aveva quasi perso il ricordo. E quella notte poi... Sebbene non avesse gradito le confidenze del proprio padrone a Lord Coole, non poteva certo negare di non aver mai provato nulla del genere, in tutta la propria esistenza.
Era stata un’esperienza...primordiale. Come se per una notte il proprio corpo sintetico fosse diventato di carne e gli avesse fatto provare emozioni e sensazioni umane, così come poteva provarle Lord Pritch. Stava solo delirando, oppure una cosa del genere era davvero possibile?
A vedere tutti quegli inerti ammassi di ferro e rame, non l'avrebbe proprio detto.
E dire che anche lui era fatto così. Eppure se si sfiorava avvertiva qualcosa, la propria pelle era in grado di trasmettergli stimoli intensi e, caspita, anche Lord Pritch gliene aveva trasmessi eccome!
Forse era una capacità che gli androidi potevano acquisire, col tempo?
Non lo sapeva. Sapeva solo che Lord Pritch era come un placebo, o come un conduttore elettrico, un'ossessione carnale, per quanto lui di carne non ne avesse.
Desiderava solo che fosse lì con lui e lo abbracciasse come aveva fatto quella notte. Avrebbe voluto averlo ancora addosso.
Chiedeva tanto?
Probabilmente sì. In fondo lui era solo un banalissimo servitore meccanico, tale e quale a quei cosi inanimati che gli stavano intorno.
Caspita, e adesso?!
Non era normale, per un robot, desiderare il proprio padrone!
Magari avrebbe dovuto essere come loro. Mettendoci un po' d’impegno ci sarebbe riuscito di sicuro e nessuno avrebbe più avuto problemi.
Magari...
Un campanello trillò petulante ed all'improvviso quelle quattro paia di occhi, che fino ad allora erano state come cupe macchie d'inchiostro, si risvegliarono.
Qualcuna si posò superficialmente su di lui, apparentemente senza vederlo.
Si alzò anche lui, forse il suo padrone aveva bisogno dei suoi servigi.
Prese coraggio, anche se l’idea di affrontarlo di nuovo lo agitava parecchio, e seguì due di quei domestici in livrea, fino al salotto dove aveva lasciato Michael... Lord Michel, si corresse mentalmente.
I due nobiluomini attendevano, rannicchiati sulle loro poltrone ed apparentemente annoiati.
Lord Edward impartì gli ordini ai propri servitori, mentre Pritch si alzava e si dirigeva verso Billie - Noi torniamo a casa. – gli comunicò.
L’automa non replicò nulla, limitandosi a fare finta che fosse tutto a posto.
Fece un breve inchino a Lord Coole e si diresse verso l’uscita.
- Quante cerimonie inutili. - sospirò Michael con aria scocciata.
Billie non rispose, i maggiordomi ben addestrati non lo facevano. Annuì per pura educazione e, quando arrivarono alla carrozza, aprì lo sportello al suo padrone permettendogli di salire in vettura. Una volta dentro, il conte gli porse il palmo per aiutarlo a salire a sua volta. L’androide lo accettò con timidezza e poi si accomodò di fronte a lui, senza mai guardarlo negli occhi.
Lord Pritch lo osservò, non sapendo se parlargli o lasciarlo riposare almeno per qualche ora… una cosa però era certa: avrebbero dovuto chiarire al più presto.
- Billie… - iniziò, quando la carrozza si mise in moto - Mi dispiace per quanto è accaduto. -
Il robot sollevò il capo, inchiodandolo con i suoi occhi di vetro verde smeraldo – Lei non mi deve chiedere scusa, signore. Io sono una sua proprietà e può comportarsi come meglio crede, nei miei riguardi. -
- Non dire così. – replicò il conte – Sai benissimo che non è vero. -
Sai che non è vero. Quelle parole erano davvero bellissime.
- Signore, io... - Billie si strinse nelle spalle, quasi avesse freddo - Sono un robot, non una persona, e quindi può disporre di me a suo piacimento. E’ questa la verità nuda e cruda. -
- Ma TU, tu cosa credi di essere? -
Il maggiordomo non seppe come replicare, non ora, non dopo quelle strane riflessioni che gli avevano invaso la mente poco prima, nelle cucine della residenza Coole.
Cosa doveva rispondere?
- Esprimiti liberamente, Billie, non pensare a ciò che vorrei sentirmi dire. - specificò il nobiluomo.
- Vorrei ragionarci un po’ su, prima di darle una risposta. -
- No, voglio saperlo adesso. – tagliò corto Lord Pritch.
L’androide chiuse gli occhi, irritato. Irritato?!
- Sono il suo maggiordomo! –esclamò di slancio.
- Bene, ottimo inizio. E poi? -
- E poi... e poi non lo so! -
- Questo non significa nulla… - si lamentò il conte.
- Sì invece! – s’imbronciò il robot.
Michael si slanciò in avanti e gli si sedette accanto, in quello spazio ristretto, finendogli praticamente addosso.
L’automa andò in confusione.
- Billie, parliamo seriamente. - dichiarò - Tu cos'hai pensato ieri notte? -
- Io... io gliel'ho già spiegato! -
- Tu hai solo biascicato qualche parola ed io, invece, vorrei conoscere il tuo parere adesso, a mente fredda. – specificò il biondo.
Che vorrei rifarlo...?
- Non credo sia il caso di esternare certe sensazioni, Milord. - tentò vanamente di farlo ragionare.
- Come credi che facciano le persone, altrimenti? - Billie non seppe proprio cosa rispondere.
- Ehm... -
Se fosse stato in grado di farlo, avrebbe deglutito. Se la propria epidermide non fosse stata sintetica, molto probabilmente sarebbe arrossito senza scampo. Purtroppo entrambe le cose gli erano impossibili, così si limitò a sbattere le ciglia - Io... -
Mike stette ad ascoltare, tenendolo sempre sotto il proprio sguardo di ghiaccio.
- Ecco, Milord... io... – annaspò l’androide imbarazzato.
- Tu? – gli fece eco il conte.
Il robot avvertì un enorme disagio, mentre sollevava una mano e sfiorava piano le labbra del proprio padrone con la punta delle dita.
- Io... io... le giuro che vorrei rifarlo... – Accidenti! Ma davvero se l’era lasciato sfuggire?!
Il sorriso di Michael si tramutò in qualcosa di ferino e sensuale. Baciò, uno per uno, i polpastrelli del maggiordomo e gli promise – Tranquillo, lo rifaremo. -
A Billie sembrò che un qualche circuito, nella propria testa, avesse fatto contatto sprizzando scintille.
- Oh... Oh... – sussurrò in un ansito.
Il suo imbarazzato candore permise a Michael di avvicinarsi ancora di più e baciarlo finalmente sulle labbra morbide.
Il maggiordomo ebbe uno scatto repentino, tuttavia non si scostò, anzi, si godette quella - sensazione? - meglio che poté, socchiudendo gli occhi e sentendosi sciogliere.
Era tutto molto strano, proprio come la sera precedente, quando si era lasciato andare senza riserve.
Solo che…beh, non potevano mica farlo in una carrozza!
O sì...?
- Milord, io non so se sia il caso... - mormorò allontanandosi di malavoglia, piuttosto interdetto.
Il conte grugnì contrariato e diede un colpo al tettuccio, gridando al cocchiere di passare attraverso il parco, in modo da allungare il tragitto, e poi si avventò su Billie.
- No… padrone...aspetti –si schermì questi senza troppa convinzione, ed infatti un attimo dopo si ritrovò sdraiato sui sedili imbottiti e si abbandonò sotto il peso di Michael.


************************



Arrivato il momento di scendere dalla carrozza, il conte e Billie cercarono di sistemare rapidamente i loro abiti, giusto per non dare l’impressione di essere appena usciti da una scazzottata in piena regola.
Miss Tender li aspettava dritta e rigida sulla soglia della villa, fissandoli male. Chissà dove era andato quel bastardello insieme a Lord Pritch…
- Bentornato signore, il pranzo sarà servito tra cinque minuti. – esordì la governante con aria professionale, come si addiceva ad una persona del suo calibro – Ehi, tu, ammasso di ferraglia, in quale postaccio malfamato hai trascinato il conte, per farlo ridurre in quello stato? Ha i pantaloni tutti stropicciati e la camicia sgualcita e male abbottonata… - sussurrò poi al passaggio di Billie.
Mal abbott... L’automa si trattenne per un soffio dall’esclamare qualcosa di troppo, quando si accorse che la camicia del proprio padrone aveva gli ultimi tre bottoni infilati nelle asole sbagliate.
Mi sono distratto e non ci ho fatto caso… si rammaricò tra sé, infilando velocemente la porta, tallonando Michael e sperando che procedesse spedito verso il proprio studio, senza incontrare nessuno della servitù, o sarebbero stati guai.
- Miloooooord!!! - alzò la voce correndogli dietro.
- Cosa c'è? - domandò l'altro, voltandosi prima di mettere il piede su uno scalino.
- La camicia. – ansimò Billie - Sbottonata. -
Mike si diede un'occhiata e notò che, effettivamente, la propria camicia sembrava avere qualche problema di simmetria.
- Grazie. – bisbigliò, facendogli l'occhiolino, e Billie provò di nuovo quella strana sensazione di leggerezza.
- Billie! - lo chiamò Miss Tender, strisciando sgradevolmente alle loro spalle - Vieni in cucina con me, devi aiutarmi a spostare il tavolo. -
- Ci sono ben tre sguatteri ed il corpulento aiuto-cuoco, perché dovrei... – iniziò a recriminare, ma la mutante non gli lasciò neppure il tempo di finire la frase, sbottando furibonda - Billie, non è educato che tu mi risponda! Devi portarmi rispetto! –
Il robot cercò disperatamente l’aiuto del suo padrone, che già scrutava Miss Tender con aria seccata - Vai Billie, ma cerca di fare in fretta. Tra dieci minuti ti voglio nel mio studio. -
- Tra cinque minuti sarà pronto in tavola – precisò la governante con tono acido.
- Non m’interessa, mangerò più tardi. – replicò il conte con durezza.
Miss Tender lanciò un'occhiataccia a Billie, come se fosse tutta colpa sua.
- Seguimi, ammasso di rottami. - sibilò tra i denti, ringhiando.
Il maggiordomo si rassegnò ad eseguire quell'ordine, anche se continuava a temere per i propri bulloni.
Scesero nelle cucine, dove ovviamente non c'era nessun tavolo da spostare, se non quello dove la cuoca stava impastando le frittelle e che stava benissimo dov’era, e Miss Tender lo aggredì puntandogli un dito al petto - Dove siete stati?! -
- Non credo ti riguardi, o mi sbaglio? Non sei la balia del padrone! –replicò l’automa, ritrovando quella vena di sarcasmo che lo caratterizzava fin da quando era uscito dalle mani dell’ingegner Moore.
- Sono colei che bada a questa casa ed al conte, se ben ricordi. Sapere cosa accade a Sua Grazia è un mio sacrosanto diritto! -
- No. Invece è tuo assoluto dovere, non impicciarti sempre degli affari altrui! – sottolineò l’androide con astio.
- Lurido ammasso di bulloni! – l’insultò la donna, paonazza in volto.
- Senti, brutta seppia, non è affar tuo quello che fa il nostro padrone! –rincarò la dose Billie, aggrappandosi con le mani al tavolo.
Miss Tender stirò le labbra, sempre tinte di uno squillante rosso carminio, in una smorfia disgustata, fissandolo con gli occhi a palla sgranati per l’indignazione.
- Tu... tu non hai alcun rispetto per me! – urlò furibonda.
- Io sono il maggiordomo e devo avere rispetto solo per Lord Pritch, non certo per te, che oltretutto non ne hai nei miei confronti, o per qualcun altro degli stupidi idioti che pensano di potermi trattare come se fossi un oggetto privo di cervello e volontà! - – esclamò in uno slancio di autostima.
La donna si portò una mano alla bocca, sdegnata da così tanta volgarità - Tu! Come ti permetti di rivolgerti a me in questa maniera?! -
- Perché, tu chi sei? -
La mutante spalancò sempre più le labbra, con gli occhi inorriditi.
- Tu... tu sei... senza cuore... – farfugliò, ansimando come un mantice.
Billie scosse la testa, sorridendo appena - Infatti io non ce l'ho, un cuore. Sono fatto di ferro, ricordi? – affermò pacato, per poi sgusciare via da quella scomoda posizione ed avviarsi verso la porta della cucina.
Miss Tender rimase in silenzio e lo guardò oltrepassare la soglia senza nemmeno voltarsi, per tornarsene dal conte, lasciandola lì a parlare col muro come faceva ogni qualvolta avevano un alterco.
Frustrazione. Ecco quello che provava la governante.
Esatto, proprio frustrazione. Quello stupido ammasso di viti aveva il potere di farla sentire inutile ed amareggiata.
Nel frattempo Billie, risalito di sopra ed arrivato allo studio di Lord Pritch, bussò più volte alla porta di noce intagliata. Non ricevendo risposta, socchiuse l’uscio e diede una rapida occhiata all’interno, trovando però la stanza completamente deserta.
Decise quindi di cercarlo nei suoi appartamenti e, una volta giunto lì, entrò annunciandosi a voce alta.
- Milooord? Milord sono io, Billie. Volevo avvisarla che il pranzo sta per essere... – ma in quel momento uno strano spettacolo attirò la sua attenzione, facendolo interrompere di botto. Infatti, ingolfato dentro il grande armadio a dieci ante, stava il conte, quasi completamente sommerso di abiti ed appendini.
- Milord? – fece con tono perplesso.
- Sai Billie, consideravo una cosa… - la voce del nobiluomo gli giunse attutita dal cumulo di vestiti in cui aveva infilato la testa.
Poi gli arrivò in piena faccia una camicia, presa da quel mucchio informe, mentre Michael finalmente faceva capolino, tra quel caos di stoffe variopinte.
- Dicevo, il fatto che tu sia un robot e che quindi tu non possa sudare, non dovrebbe implicare il fatto d’indossare sempre e solo la stessa livrea. Magari la sarta potrà metterti a misura questi abiti. – spiegò Lord Pritch.
- Signore, io non ho bisogno di vestiti. - mormorò il maggiordomo - Sopratutto dei vostri. Sarebbe sconveniente. -
- Di quello che usavo quand’ero adolescente non so più che farmene, quindi può andare benissimo per te. – sentenziò riprendendo a frugare.
Quand’era adolescente...? Billie fece mente locale.
- Mi sta dando del tappo, Milord? – chiese inarcando un sopracciglio.
- Beh, non è mica colpa mia se Moore ti ha costruito diversamente alto! - ridacchiò il biondo, sbucando fuori da quell'assurda massa di abiti e guardandolo con gli occhi che brillavano - Ma non fartene un cruccio, a me vai benissimo così. -
- Grazie. – commentò l’androide in modo piuttosto acido - Comunque non sono basso, sono solo stato costruito in modo d’essere il più armonioso possibile, senza rischiare d’incutere timore, con una stazza troppo imponente, a chi mi avrebbe acquistato. – precisò piccato.
Michael sghignazzò, a mo’ di risposta, spostando un’eterogenea catasta d’indumenti.
- Bene, Miss Tender provvederà a portare tutti questi vestiti direttamente dalla sarta. -
Non credo lo farà con tanto piacere… ponderò l'automa, avvicinandosi e raccogliendoli fra le braccia.
Era inutile lottare contro il suo padrone: se lui desiderava vederlo agghindato ogni giorno in modo differente, e per giunta con i propri abiti, poteva farci poco. Così voleva e così sarebbe stato.
Del resto, era lui che comandava.
- Perfetto. – decretò Sua Grazia –E adesso...a pranzo, ho una fame da lupi! -
- Sì... - sbuffò Billie nel portare via quel carico ingombrante. Oltretutto doveva sbrigarsi, poiché doveva essere in sala da pranzo in tempo per servire le portate.
Incrociò Miss Tender, che risaliva dalla cucina con espressione arcigna. Trovandosi di nuovo l'uno di fronte all'altra, fecero immediatamente le scintille.
- Dove credi di andare con quella roba, sacco di bulloni arrugginiti?! – esordì lei.
- Devi portarli dalla sarta. – rispose il robot con la propria voce un po' metallica – Bisogna che li faccia diventare della mia taglia. Lord Pritch ha ordinato così. -
- Cosa diavolo... – iniziò la donna, ma Billie non la lasciò terminare, abbandonando quella pila informe tra le sue braccia con tale impeto, che la governante dovette aiutarsi con due tentacoli per non cadere - Della tua taglia?! Ha intenzione di donarli a TE??!! – sbraitò come una furia.
- Sì! - annuì lui provocatorio - La sarta ha già le mie misure, grazie mille! - esclamò poi, correndo giù dalle scale e precipitandosi in sala da pranzo.
Era un sentimento decisamente umano, la diabolica soddisfazione di aver fatto un dispetto alla donna sapendo che, per quel compito tanto odiato, sarebbe stata lei ad arrivare in ritardo. Che sciocco sto diventando…ponderò l’androide.
Il pranzo si svolse come al solito, ma era difficile ignorare lo sguardo di Sua Grazia, che sembrava quasi volerlo spogliare con gli occhi.
Forse avrebbe preferito vederlo già coi nuovi abiti addosso?
Povero, piccolo ed ingenuo robot…





continua...